PLAY

Lo sapevo. Non spegne mai il cellulare, nemmeno la notte. Soprattutto la Notte. È vero, me l’aveva promesso senza prometterlo:
«Le mie notti sono tue. Sempre».
Mantiene le promesse, Linda. Mantiene sempre le promesse. Linda è una promessa, la mia promessa. Risponde? Dai, rispondi… Linda, dove sei? Io sono qui, sotto casa tua… rispondi…:
«Andrea…», voce impastata dal sonno.
«…» non so cosa dire.
Non ho più voce. Non ho più parole. Dov’è finita la mia voce, la mia anima?
«Andrea? Ci sei?».
Coraggio:
«Sì. Ci sono. Linda… – pausa – Linda… piove…».
«…».
Silenzio.
È lei, questa volta… senza voce.
«Piove e…scendi?», ripeto e domando.
L’ho detto.
Vorrei aggiungere un sacco di altre cose, tipo… Forza, scendi, in fondo non è tardissimo. Si è fatto più tardi altre volte. Piove. Dai, Linda… questa cosa vale più di mille raffreddori…
Detta così, confusa, di corsa magari.
Vorrei ma so che non serve. Con lei non è necessario aggiungere nient’altro o sprecare parole di troppo. Lei capisce sempre. Capisce prima di tutto, di tutti, prima di me soprattutto.
«Scendo», dice.
Una parola. L’unica. Quella giusta. Non fa domande. Linda non ne fa mai, soprattutto quando sono inutili. Ora… aspetto.
Aspetto perché le cose che contano veramente bisogna aspettarle con calma, senza avere fretta. Vero, Linda? Questo l’ho imparato. L’ho imparato con lei, lo abbiamo imparato insieme.
La immagino che scivola fuori dal letto, che si mette di corsa il cappotto sopra il pigiama e che abbandona l’appartamento cercando di non fare rumore per non svegliare Francesca.
Ora – lo so – è sulle scale che corre. Tre gradini alla volta. Sta volando. Ne sono certo. Non mi stupirebbe scoprire che Linda vola perché… Linda è magica.
Eccola.
Spalanca il portone e se ne frega della pioggia. Come se non diluviasse. A lei non importano le cose superflue, per lei conto io, contiamo noi. Tutto il resto è nulla.
Non mi era mai capitato. Per nessuna io sono mai stato così importante.
Lo comprendo in questo magico istante – guardandola correre tra le pozzanghere – e averlo capito mi blocca e m’impedisce di muovermi verso lei, di andarle incontro per offrirle magari un ombrello, il mio giubbotto, un giornale, una foglia… una qualunque cosa che possa proteggerla. Dovrei fare l’uomo – almeno per una volta, almeno con lei – ma… rimango in macchina. Congelato.
Portiera che si apre e:
«Eccomi».
Eccola… matta. Questa donna è matta. È come me. È peggio di me. È.

La guardo in silenzio. Incantato. Capelli bagnati, cappotto nero su pigiama rosa. Sorriso dolce. Come sempre.
Respiro. Respiro lei, il suo profumo e la pioggia. Respiro l’emozione che sembra esplodere dentro me, intorno a noi. Respiro ancora e carico i polmoni di ossigeno. Prendo tempo forse. Il tempo necessario perché il cuore non scoppi. In fondo mi ha insegnato lei a respirare, ad assaporare gli istanti, a non bruciare tutto e a non spingere sull’acceleratore quando la vita ti obbliga a concederle del tempo.
Dai, Andrea… tutto d’un fiato, ce la puoi fare. Diglielo.
Come faccio a parlare? A trovare le parole giuste se lei continua a guardarmi con quegli occhi verdi che mi leggono dentro, che son così puliti, così veri, così… No… non dico nulla.
Non serve. Nemmeno adesso.
Faccio un unico gesto, l’unico necessario. Un gesto essenziale.
Play.
Nel lettore cd la mia canzone – che fino a pochi attimi prima riposava silenziosa – ora sembra prendere vita. Le prime note e quella che era la mia canzone già non è più mia. È la nostra canzone.
Scritta per lei, per me, per noi. Soprattutto per noi.
L’abitacolo viene invaso da note, parole, voce… anima….
Linda – che fino a quel momento era rimasta ferma, in attesa – si apre in un sorriso sorpreso (che bel sorriso, Linda! Te lo posso rubare? Lo posso rubare al tempo e portarlo via con me?), socchiude gli occhi e si appoggia allo schienale.
Io, che mi ero studiato tutto, non faccio nulla di quello che dovevo fare. Anche questa volta non riesco a proferir parola. Le parlo con i pensieri e le racconto di me – in silenzio – senza smettere di regalare al mio sguardo la sua immagine distesa:
«Linda… ascolta. Ascolta e respira con me. Uno, due, tre… mi senti? Li senti i miei pensieri? I miei sogni? … Non so come è arrivata, giuro. Non so perché. Non so perché proprio ora. Ma… sentila Linda! Devi sentirla con attenzione. Non ti distrarre. Non aprire gli occhi. Non pensare a me. Regalati questa emozione perché non è solo mia, è nostra. Ci siamo noi, la nostra magia. Ci sono le notti a viverci, le nostre folli regole, il nostro unico bacio… È nostra».
Fantastico che non devo dire nulla perché lei è in grado di sentirmi comunque. E non è solo la canzone a parlare… Parlano i nostri cuori, battono all’unisono in completo accordo con la pioggia che regala musica alla musica.
Ho paura di piangere.
Ho paura di me.

DA “Ti amo, DAVVERO” di Letizia Cherubino e Andrea Vetralla


Bookmark and Share


Lascia un Commento