Archivio di settembre 2011

Fare finta.

Facciamo finta? Facciamo finta come fanno i bambini quando giocano. Fare finta di essere qualcosa di diverso da quello che si è. Fare il gioco del teatro nella vita, insomma.
Lo si fa da bambini, d’istinto, per allenare la fantasia delle ipotesi, lo si ripete da adulti senza quasi accorgersene. Fare finta, da grandi, è considerato disdicevole. Ha un non-so-che di scorretto. Sa di cose poco pulite, di raggiro… Ma noi…
Noi siamo bambini. Sì, sì… Siamo bambini. Quindi “fare finta” per noi ha il sapore di un gioco.
Da dove si comincia? Beh…. Dal gioco più bello: noi…
Noi facciamo finta di amarci.
Non è difficile, sai? Lo fanno in tanti, anche crescendo. Ma noi, che siamo bambini furbi, lo facciamo giocando. Nel nostro gioco d’amore, facciamo finta di pensarci sempre. In ogni respiro. In ogni secondo di tempo più o meno consapevole. Priorità di pensiero assoluto.
Facciamo pure finta che il nostro amore è unico.
Unico e irripetibile.
Un amore mai visto né provato, una di quelle cose che ti capitano una sola volta nella vita e che non assomigliano a nulla di quello vissuto fino ad oggi e di quello che potremmo vivere nel nostro tempo a venire. Facciamo finta che siamo, l’uno per l’altro, la linea dell’amore sul palmo della nostra mano sinistra. L’unica linea importante. Più importante di quella della vita, del destino e del tempo.
È un gioco difficile? Se ci credi no. E noi ci crediamo. Se no, non saremmo qui a giocare.
Il gioco del fare finta è un gioco serio. Il presupposto è crederci. Se non ci credi, sei eliminato. E tu… odi perdere. Quindi… Facciamo finta che il nostro amore non subisca le angherie del tempo. Non si trasformi in abitudine, in gesti obbligati, in menzogne accartocciate, in telefonate di cortesia legate alla paura di perdere quello che già non c’è più.
Il nostro finto amore ha il dono della spontaneità. Nel nostro fare finta di amarci esistono parole che sono vocabolario dell’anima: verità, dialogo, piacere, condivisione… Parole rare. Di cui si è perso il senso, nell’amore adulto. Nell’amore da grandi. Ma noi siamo bambini e siamo capaci di tutto. Allora, facciamo finta di non tradirci, di non tradire il nostro amore. Non per obbligo. Non per promessa. Ma perché non potremmo fare diversamente, perché – ci viene naturale – difendere il nostro Noi. Difenderlo dal tempo, dalla noia, da altri falsi amori che non fanno finta ma che non hanno lo stesso sapore del nostro stare insieme.
In questo nostro finto amore, ridiamo tanto. Ridiamo insieme. Ridiamo e ci prendiamo in giro. Siamo così bravi a fingere che riusciamo a stare insieme senza accorgerci del tempo che passa e… Stiamo bene insieme. Bene davvero. Così bene da sentirci liberi. Da essere liberi.
Liberi…
Liberi di amarci e di non amarci.
Liberi di scegliere che fingere di amarci ci piace così tanto da non accorgerci che, poi, magari diventa vero. Oddio… VERO. La finzione che diventa Verità. La Verità in Amore che è una combinazione di parole che ha perso, nel tempo adulto, il suo senso più profondo.

Noi siamo bambini.
E fingiamo giocando.
Mi piace giocare con te al nostro FINTO amore… è la cosa più VERA che mi sia mai capitata.

(Letizia Cherubino)


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Siamo Bellissimi.

“Voglio allontanare il tuo pensiero”.
Mi è uscita così. Dal nulla. Una frase che non c’entra nulla né con quello detto prima, né con il contesto, né con il breve silenzio che l’ha anticipata. Forse non c’entra nulla nemmeno con te. Con te e me. L’ho detta io eppure l’ascolto come se non fosse mia. L’ascolto giusto il tempo di condividerla. Quindi ripeto (di fronte al tuo silenzio sorpreso):
“Voglio allontanare il tuo pensiero… Da me”.
Aggiungo “da me” come a caricarne il senso. Come per farti capire che so esattamente quello che sto dicendo e che, soprattutto, voglio che tu lo capisca. Lo capisca bene.
Tu mi guardi perplesso. Forse questo non era previsto in un gioco di parole condivise, in un giorno di attimi respirati insieme. E infatti tu non parli ma ti si dipinge un punto di domanda sulla fronte. È un interrogativo fatto di rughette d’espressione, parole non dette, attesa di risposte. Non mi chiedi perché ma il tuo perché è già nell’aria. Aspettavo solo questo – una parola non detta che è un segnale di “pronti e via” – per guardarti fisso negli occhi e… partire così:
“Non voglio questo. Lo vedi? Io questo non lo voglio. Di cosa parlo? Parlo di questo stare insieme. Tu lo sai come si chiama “questo”? Io non lo so. Cioè… Capisci… Questo parlarci per ore, questo raccontarsi l’anima, questo non stancarci mai di ascoltare i pensieri dell’altro… Non va bene. Non è normale. Non è… giusto. Non lo voglio questo stare bene così spontaneo, leggero, libero, profondo. E intenso. Sì…. Intenso. Non la voglio l’intensità del nostro Noi. Non ridere… Parlo sul serio. Voglio che tu, ora, mi dimostri che non esisti. Ora. Subito. Dai…”.
“…”.
“Non devi stare in silenzio, devi dire “non esisto”. Perché la tua esistenza, qui, vicino a me, è un casino. Un gran casino. È qualcosa di non previsto e non prevedibile. È una variante assoluta che confonde l’anima. È una perdita d’identità che mi toglie i confini dell’io.”
“…”.
“Smettila di ridere. Ti odio quando ridi del mio tentativo di allontanarti. Vedo il tuo sorriso anche quando, pensandoti, cerco di non pensarti. Ti vedo lì…. In un angolo che mi ripeti “sono qui”…”
“Sono qui”.
Mi dici.
“Smettila”.
Dico, allontanandomi dal divano che, poco fa, ci vedeva vicini e abbracciati in uno dei nostri pomeriggi di mondi condivisi.
“Sono qui”.
Mi ripeti. Mentre, alla finestra, guardo un sole rosso che disegna il tramonto.
“Sono qui”.
Mi sussurri alle mie spalle cingendomi in un abbraccio che ha più forza di ogni mio qualsiasi tentativo di distanza.
“Sono qui”… Te lo mangi tra le labbra e i baci con cui mi chiudi la bocca. La stessa bocca che, ogni volta, ci prova a smontarci, a smontare il nostro noi. La stessa bocca che dice il contrario di quello che pensa e che vorrebbe solo che il pensiero di te non si allontanasse mai. Mi baci e con un “sono qui” trasformi un voglioallontanareiltuopensierodame in un vogliocheiltuopensierononpassimai. Hai imparato a leggere quello che non dico. Abbiamo imparato a comunicare con i nostri desideri più nascosti. Ci regaliamo parole per gioco ma ci viviamo in una verità assoluta. Combinazione d’anima di cui non prendiamo consapevolezza se non nella distanza, quando siamo abbastanza lucidi per non confonderci in Noi.

Ogni volta che mi allontano da te sono più Bella.
E’ un dato di fatto.
Me lo dice lo specchio e me lo dici anche tu.
Nel mio gioco di negazione non posso fare lo stesso.
Però, ti confesso, che ogni volta che ti allontani di spalle, vorrei gridarti in silenzio che…. Insieme…
…SIAMO BELLISSIMI.

(Letizia Cherubino)


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Odio gli Scrittori.

Gli Scrittori non dovrebbero raccontare baci. Gli Scrittori non dovrebbero trovare le parole giuste per esprimere un’Emozione, un moto dell’animo, una passione del cuore. Gli Scrittori semplicemente non dovrebbero scrivere. Dovrebbero lasciarci in pace. Dovrebbero impedirci di volare, di precipitare, di scombussolarci l’animo a contatto con parole che sono pugni. Parole che arrivano allo stomaco e che maltrattano l’anima.
Io odio gli Scrittori.
Odio le loro Parole.
Odio il potere che hanno e odio essere una loro vittima.
Li odio così tanto da amarli.
Li odio come si amano gli amori sbagliati. Ciecamente. Detto proprio così. Inteso così: ad occhi chiusi, insomma.
Io leggo ad occhi chiusi. Amo ad occhi chiusi. Vivo ad occhi chiusi. E, sempre ad occhi chiusi, ho imparato dagli Scrittori a scrivere. Quel poco che so fare è merito loro. Merito o forse colpa. Rapporto d’amore e d’odio senza uguali.
Vera passione destinata al per sempre.
Ho imparato dagli Scrittori a vivere scrivendo, a scrivere vivendo. Della loro Anima mi nutro sentendomi parte di Infinito.


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Luce Notturna.

Amo pensarti alla luce di una candela. Ti penso meglio di Notte. Quando la casa è silenziosa e buia. Quando il mondo dorme ed io vivo di sole Emozioni. La candela, accesa al mio fianco, mi fa compagnia. Mi piace guardarla. Mi piace fissare la fiamma che brucia, la cera che si scioglie lenta. Mi piace la luce tenue e calda che si diffonde tutt’intorno.
Per assurdo, potessi, ti chiederei di essere il mio complice notturno, il mio compagno di fiamma. Sarebbe bello, non credi? Sarebbe bello poter fare come se noi esistessimo solo quando la luce di una candela comincia a brillare. Fare come se la nostra storia iniziasse al tramonto e durasse il tempo che una candela si consumi. E che quel tempo scadesse poco prima delle luci dell’alba.
Pensarci Notte.
Essere Notte illuminata da luce soffusa. Essere questo e basta. Per dimostrare che “basta” può essere tutto.
Rispondere agli altri che si-ci domandano cosa siamo…
“Siamo luce notturna”.
E ridere dei loro sguardi confusi.
Sorridere di non essere compresi. Di non capire nemmeno noi.

Mi piace la luce di questa candela.
Mi piace ancora di più… adesso. Adesso che la guardo pensando a noi, pensando che siamo Noi. Mi piace il pensiero un po’ sadico di poterci soffiare sopra. Di poterti spegnere e vederti scomparire in un soffio.

Mi piace la luce di questa candela.
Ci assomiglia.
Ci assomigliano le ombre che disegna intorno. Sono ombre che tremano.
“Tremi?”. Vorrei domandarti.
Sono forse in grado di farti tremare?!
Ho forse il potere di accenderti, farti tremare, spegnerti e poi riaccenderti ancora?!
È possibile? Può essere?
A guardarci – chiusi in questa fiamma – sembra davvero che sia possibile.

Mi piace la luce di questa candela.
Mi fa compagnia come il tuo pensiero.
Mi fa venire voglia di metterci la mano sopra per affondare le dita nella fiamma e un po’ bruciarmi. Bruciarmi tanto. Bruciarmi al punto che mi resti un segno… Un segno indelebile.

Tremo.
Mi brucio.
Mi spengo.
Scaldo.
Divampo.
Mi riaccendo.
Illumino.
Irradio.
Sprigiono luce.

Mi piace la luce di questa candela.
Mi piace la Notte illuminata da Noi.


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PAROLE

Vuoi che ti parli? Prendi le parole e, giorno dopo giorno, aiutami a cancellarle dal vocabolario. Aiutami a scoprire quanto sono inutili. Cancelliamole insieme, una dopo l’altra, e insieme riscriviamo un nuovo linguaggio. Un codice dell’anima. Un vocabolario tutto nostro. Parole che hanno senso SOLO per noi.
A che serve la parola AMORE se mi ami? A che serve far finta di dirsi NO se tanto lo sai che il nostro esserci è un SI’ dell’Anima? A che serve avere paura di una FINE se tanto una fine non c’è? Da dove vuoi partire? Da… MI MANCHI?
Non vuoi più che MI MANCHI esista? Non ti piace?
Ok.
Fatto.
MI MANCHI non c’è più.
Non esiste.
Non ti posso più mancare e tu non mancherai a me.
Quello che proveremo dentro, ogni volta che saremo lontani, avrà un nome diverso. Un nome nuovo. Forse la mancanza assomiglierà a “non respiro più”. O forse troveremo parole che non sono mai esistite, quelle parole da bambini che sembrano non avere senso ma che racchiudono i misteri del mondo.
Giocheremo insieme a bruciare le parole o semplicemente bruceremo di vita fregandocene delle parole. Trasformandole in suoni, in musica, in silenzi, in sospiri, in pensieri. Proviamo?
Ogni parola, un pensiero. Non dirla… pensala. Anzi no: non dirla… PENSAMI.
PENSAMI e basta.
Pensami con tutto te stesso. Pensami anche quando non stai pensando. Pensami quando dormi, quando mangi, quando ridi. Pensami anche quando stai pensando a qualcun altro.
Io lo sento il tuo pensiero su di me. È un pensiero leggero e mi arriva come una carezza. Spesso non arriva nemmeno a me e si incontra, per strada, con il mio pensiero che viaggia verso te. Si incontrano senza nemmeno cercarsi. Si incontrano nell’aria e non si perdono mai. Non c’è altro pensiero che li distragga, che impedisca loro di trovare la strada.
I nostri pensieri sono più bravi di noi.
Non commettono errori.
Non si perdono nemmeno se la Vita, ogni tanto, si diverte a confondere,… a confonderci.
I pensieri non hanno parole. Noi, delle parole, non ce ne facciamo più nulla. Inutile tentativo di dare un senso a quello che senso non ha.
L’abbiamo capito incontrandoci. Ed è iniziata la nostra guerra personale. Uno stillicidio di parole. Resterà il Silenzio?
No.
Resteremo IO e TE
.


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